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Gay & Bisex

Il gigante di legno e miele - 3


di Brat80
06.04.2026    |    1.394    |    5 9.4
"Perché mentre lui ti tiene, mentre ti guida, mentre il suo corpo si muove con quella sicurezza che non ha bisogno di dimostrare niente, tu inizi a sentire il tuo..."
I giorni successivi non si assomigliano, ma hanno una costante. Tobias. Non la sua presenza continua, ma il suo passaggio.
Ogni volta che entra in casa tua, qualcosa cambia leggermente posizione. Non solo gli oggetti. L’aria. Il ritmo. Perfino il modo in cui ti muovi.
E soprattutto… i tuoi vestiti.
Una mattina lo trovi in cucina con una tua felpa grigia, quella larga, quella che usi quando vuoi sparire.
Su di lui non sparisce niente.
La felpa si tende sulle spalle, si accorcia appena sui fianchi, le maniche tirano sugli avambracci. È come se il capo avesse perso la sua funzione originaria e ne avesse trovata un’altra. Non nascondere. Rivelare.
“Te l’ho presa,” dice, come se fosse la cosa più normale del mondo.
“Lo vedo.”
Ti avvicini. Non per reclamarla. Per guardare meglio.
La cucitura sulla spalla è sotto tensione. Il tessuto segue il suo corpo senza riuscire davvero a contenerlo. E quella tensione… ti accende qualcosa.
Non è solo desiderio fisico.
È quella sensazione precisa che hai descritto, anche se non la nomini: qualcosa che entra nella tua forma e la costringe a ridefinirsi.
“Ti dà fastidio?” chiede.
Scuoti la testa.
“No. Mi confonde.”
Sorride appena.
“Perché?”
Ci pensi un secondo.
“Perché sono abituato a usare le cose per proteggermi. Tu le usi per… attraversarle.”
Non risponde subito. Si guarda le braccia, poi tira leggermente il tessuto della felpa, come a sentirne il limite.
“Io non ci entro per cambiarle,” dice piano. “È che… non so stare piccolo dentro qualcosa.”
E lì lo senti. Non solo nel corpo. Nella frase.
Tu, che hai sempre saputo ridurti per stare dentro relazioni, dentro aspettative, dentro sguardi…
Lui no. Lui entra. E se qualcosa deve cedere, cede la forma. Non la sua presenza.
Ti avvicini ancora di un passo.
Le tue dita sfiorano il bordo della felpa, dove il tessuto è più tirato.
“E io invece…” dici piano, “so stare troppo bene dentro cose che mi stanno strette.”
Tobias ti guarda. Non con compassione.
Con attenzione piena.
“Ma non con me,” dice.
Non è una domanda. È un’intuizione.
E tu, per una volta, non la smentisci.

Quella sera non fate niente di eclatante.
Cena semplice. Una serie lasciata a metà. Due bicchieri di vino. Ma a un certo punto, mentre lui si alza per prendere l’acqua, indossa i tuoi pantaloni di cotone. Quelli che su di te cadono morbidi. Su di lui… resistono.
Le cosce li riempiono, i glutei li tendono appena, il movimento li mette alla prova a ogni passo. E tu lo guardi. Senza nasconderti.
Lui si gira. Ti becca.
“Che c’è?”
“Sto cercando di capire.”
“Cosa?”
Sorridi appena.
“Se mi eccita di più il tuo corpo… o il fatto che sta dentro le mie cose senza chiedere il permesso.”
Silenzio breve. Poi lui inclina la testa.
“E?”
“È la stessa cosa.”
Lui questa volta non sorride. Si avvicina. Lentamente. Si ferma a pochi centimetri da te.
“Non voglio prenderti spazio,” dice.
“Lo so.”
“Però quando entro…”
“…non resti in superficie,” completi tu.
Annuisce.
E in quel momento capisci davvero cosa avevi iniziato a intuire.
Il paradosso non è che lui invade.
È che tu, per la prima volta, non ti senti invaso quando qualcuno è così presente. Perché non sta prendendo il tuo posto. Sta rendendo il tuo spazio più vero.
Più tardi, quando vi ritrovate vicini, non c’è fretta. Ma il corpo torna.
Diverso. Consapevole.
Le tue mani passano sulla sua schiena, sulle spalle, lungo i fianchi. E senti quella stessa tensione che avevi visto nei vestiti. Solo che adesso è pelle. Calore. Risposta.
“Lo senti?” mormori.
“Cosa?”
“Quello che succede quando ci tocchiamo.”
Lui non risponde subito.
Ti guarda.
Poi, piano:
“Non devo diventare più piccolo per starti vicino.”
Scuoti la testa.
“E io non devo diventare più grande per meritarti.”
Silenzio. Poi le sue labbra sulle tue. Non per prendere. Non per dimostrare. Ma per stare esattamente lì dove il paradosso smette di essere un problema…e diventa un equilibrio.
L’aria si fa più piena, i gesti più lenti, come se ogni movimento avesse un peso specifico maggiore. Tobias è in casa tua, dentro una tua maglietta più aderente delle altre. Non era pensata per lui. Si vede.
proprio per questo funziona.
Il tessuto segue ogni curva, ogni tensione. Le spalle la tirano verso l’esterno, il petto la riempie, l’addome la spezza in piccole pieghe vive. Non è estetica. È pressione.
Tu lo guardi mentre si muove, senti qualcosa che non è solo attrazione. È una specie di richiamo.
Come se il tuo corpo, che hai sempre trattato come un dettaglio secondario, stesse ricevendo un segnale antico. Non mentale. Non costruito.
Fisico.
Tobias se ne accorge. Non subito, ma lo sente. Ti accarezza il braccio, e quel contatto minimo ha una densità sproporzionata.
“Quando mi guardi così…” dice piano.
Non finisce la frase. Non serve.
Tu non rispondi. Perché sei lì, per una volta senza filtro, e non stai cercando di essere interessante. Stai sentendo. E questo cambia tutto. Quando vi toccate, non è un inizio.
È una continuazione.
Le mani di Tobias non sono esitanti, ma nemmeno invadenti. Sanno dove andare, ma soprattutto… sanno aspettare.
C’è forza. Una forza che non è aggressione, ma non è nemmeno trattenuta.È una presenza che si assume il diritto di esistere.
Quando ti avvicina a sé, lo senti chiaramente: il suo corpo non chiede permesso per essere quello che è, e la cosa che ti sconvolge è che non vuoi più ridurlo. Non vuoi più ridurti.
Le sue mani sulla tua schiena, sui fianchi, sulle gambe… non cercano solo risposta. Cercano accesso. Piano, senza che tu te ne accorga subito, qualcosa dentro di te smette di controllare.Non è una resa.È un rientro.
Perché mentre lui ti tiene, mentre ti guida, mentre il suo corpo si muove con quella sicurezza che non ha bisogno di dimostrare niente, tu inizi a sentire il tuo.
Davvero.
La tensione nei muscoli. Il respiro che cambia. Il modo in cui il tuo corpo risponde al suo senza passare dalla testa. È quasi destabilizzante perché ti accorgi che quella dimensione c’è sempre stata, solo che non l’avevi mai abitata.
“Tanto non lo sai,” mormora lui, a un certo punto, la voce più bassa, più vicina.
“Cosa?”
“Quanto sei fisico.”
Ti fermi un attimo.
Non per allontanarti.
Per guardarlo.
“Lo sono?”
E lì succede qualcosa.
Tobias ti guarda come se quella domanda lo colpisse davvero. Come se fosse il punto esatto dove tutto converge.
“È questo che mi manda fuori di testa,” dice.
Non è una frase leggera. È detta piano, ma pesa.
“Non è solo la tua testa. Non è solo come pensi, come parli… è che non hai idea di cosa succede qui.”
Le sue mani si muovono su di te, ma non per eccitarti.
Per farti sentire.
“Tu entri nel corpo solo a metà,” continua. “E quando invece ci stai tutto…”
Si ferma.
Ti guarda.
“…io non capisco più niente.”
Il silenzio che segue non è vuoto.
È carico.
Perché tu lo stai vivendo, in quel momento.
Non stai interpretando. Non stai osservando da fuori. Sei dentro.
Quando il tuo corpo si lascia andare davvero, quando smetti di trattenere anche solo un frammento… lui lo sente.
E cambia.
Non diventa più forte. Diventa più vero.
La sua presenza si intensifica, ma non per dominare. Per incontrarti allo stesso livello.
Due forze, non uguali, ma finalmente compatibili.
C’è un momento preciso.
Lo riconosci perché non assomiglia agli altri.
Non è il picco. Non è la fine.
È quello spazio in cui smetti di difenderti del tutto e lo guardi. Direttamente, senza chiudere gli occhi. Senza filtrare.
E Tobias… vede.
Vede davvero.
Non solo il tuo volto. Non solo il piacere.
Vede te dentro quel corpo che per anni hai lasciato in secondo piano.
Intero.
Presente.
Reale.
E per lui, quello è troppo.
Non nel senso che lo respinge. Nel senso che lo attraversa.
Dopo, quando il respiro si calma ma non torna ancora normale, resta lì qualche secondo a guardarti, come se stesse cercando di capire cosa è appena successo.
“Quella volta…” - dice piano, la voce quasi incredula - “quando non hai chiuso gli occhi…come hai fatto anche adesso…” -tu non dici niente, sai a cosa si riferisce - “è stato come…”- si interrompe, cerca la parola giusta ma non la trova subito - “…come se mi fossi perso.”
Alzi appena un sopracciglio.
“Perso?”
Annuisce.
“Come un incantesimo.”
Silenzio.
Non è una parola che usa a caso.
E si sente.
“Da lì…” continua, più piano ancora, “non riesco più a immaginare una vita senza di te.”
La frase resta lì.
Non è una promessa.
Non è un vincolo. È una constatazione. Nuda.
E in qualche modo… più intensa di qualsiasi dichiarazione.

Più tardi, quando siete ancora vicini, quando i corpi hanno smesso di cercare ma non di sentire, ti accorgi che indossa ancora la tua maglietta. Storta. Tirata. Segnata.
E capisci.
Non è solo un gesto.
Non è abitudine.
È il suo modo di stare dentro qualcosa che è tuo… senza cancellarlo.
Di entrarci.
Di abitarlo.
Come fa con te.
“Lo sai perché lo faccio?” chiede, quasi leggendo il tuo pensiero.
“Perché?”
Abbassa lo sguardo sulla maglietta, poi su di te.
“Perché quando sono lì…” - si avvicina appena, la fronte quasi contro la tua - “…tutto è così vero, reale. Pieno.”
Non aggiunge altro. Non serve.
Perché lo senti. Non come idea, come stato, due cose che non si annullano. Non si sovrappongono, ma si incontrano in un punto dove nessuno dei due deve sparire.
E per la prima volta non hai bisogno di capire cosa significa, di prevedere, di razionalizzare.
Ti basta esserci dentro.
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